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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO LA SEGUENTE LETTERA DI DENUNCIA DI UN GENITORE:

 “gentilissimi, buongiorno, sono la mamma di una ragazza disabile di appena 18 anni, la scuola e’ iniziata, ma purtroppo per i nostri ragazzi disabili no,  prima che iniziasse l’anno ci sono stati i primi sentori che la scuola per i nostri ragazzi non poteva partire a causa di mancanza di assistenza a scuola e trasporto, il problema,  sono giustamente i soldi che non ci sono mai, ma sempre per questa categoria di persone, gia’ deboli e  con le loro problematiche di vita?..... dove sta’ l’inclusione e la buona scuola per questi ragazzi?????? mia figlia anche se disabile  ha le sue richieste di vita, vuole la compagnia dei suoi amici a scuola, vuole interagire con gli altri…….. grazie e scusate per le mie lamentele, ma siamo stanchi di subire sempre, l’unica cosa che mi sento di dire che i nostri ragazzi hanno poco e quel poco lo vogliono togliere. in sicilia la situazione attuale e’ questa, soprattutto in provincia di ragusa, vittoria, comiso, pozzallo,etc…..grazie di nuovo, buon lavoro.”

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La segnalazione ricevuta da parte di una mamma residente nella provincia di Ragusa purtroppo si somma alle tante segnalazioni ricevute da tutta Italia…da non dimenticare la denuncia dei genitori di due ragazzi autistici della provincia di Pescara che, il primo giorno di scuola sono rimasti a casa per mancanza di assistenza.


Proprio mentre scriviamo la Nazione ha pubblicato un articolo che riporta il caso di un Preside di bologna che ha chiesto ai genitori dei ragazzi disabili di tenere i figli a casa per mancanza del sostegno e di assistenza.

Nel Paese siamo di fronte ad una situazione a macchia di leopardo, ma dovunque drammatica, ma con un dato certo. Iil numero di studenti disabili nell’anno scolastico 2016/2017 è aumentato rispetto all’anno precedente, mentre assai più incerta la situazione del sostegno: le risorse in più che avrebbero dovuto essere messe a disposizione sono a rischio a seguito del caos trasferimenti degli insegnanti da una parte all’altra d’Italia.

Come ormai accade ogni anno ci aspettiamo che l’ultima parola in gran parte dei casi la dicano i Tar delle varie regioni, a cui ormai i genitori disperati si rivolgano ad inizio anno per garantire il sostegno ai propri figli.

E il problema del sostegno, che discrimina in maniera eclatante gli studenti con disabilità, che non sono messi in condizione di seguire i programmi scolastici e di essere integrati nella scuola come gli altri bambini, è solo uno dei tanti che gli alunni con disabilità incontrano a scuola.

E’ di fine anno scolastico appena passato il problema dell’invalsi: in molte scuole di varie parti d’Italia i disabili gravi sono stati esclusi dalle prove, nonostante della questione sia stato investito il Ministero dell’Istruzione già da alcuni anni.

Valutare separatamente una persona con difficoltà di apprendimento è forse anche logico e comprensibile. Escluderla a priori da una prova che coinvolge tutti gli studenti però è sempre un fatto grave e discriminatorio. Modificare le regole per trovare un giusto equilibrio sarebbe probabilmente la strada giusta.

E in questi giorni è stata pubblicata dall’Osservatorio sulle discriminazioni una sentenza del Tribunale di Pisa che rende giustizia ad un caso di discriminazione di un alunno disabile a cui era stato impedito l’accesso al Liceo Musicale perchè giudicato non idoneo a seguito di una prova preselettiva alla quale, in ragione della sua disabilità, ed in analogia con quanto previsto dall’art. 20 della L. 104/92, non avrebbe dovuto essere sottoposto.

L’Ufficio Antidiscriminazione dell’Anmic, che raccoglie le testimonianze e le richieste di aiuto delle famiglie degli alunni disabili da più parte d’Italia, evidenzia ancora una volta il problema della integrazione scolastica e richiede l’attenzione delle istituzioni.

Del resto la denuncia viene anche dalle Istituzioni sovranazionali:  il rapporto periodico del Comitato delle Nazioni unite sui diritti delle persone con disabilità pubblicato a inizio settembre e redatto dopo un confronto con il governo, restituisce il ritratto di un Paese che deve fare ancora molti passi in avanti per garantire diritti e integrazione alle persone diversamente abili. Il Comitato segnala mancanze e lacune, vuoti normativi e punti da migliorare che vanno dalla salute all’educazione e accessibilità, evidenziando tra gli altri problemi proprio quello della integrazione scolastica.

Raccogliamo la voce di tutti quei ragazzi con disabilità che non hanno voce, di tutti quegli studenti che sono esclusi dal sistema scolastico e di tutti quei genitori che combattono ogni singolo giorno, anno dopo anno perché l’inclusione per i loro figli non sia solo una vuota parola e chiediamo al Governo: questa è una BUONA SCUOLA??

presidente1Quando un uomo si trova a compiere 60 anni, è normale che arrivi ad un momento importante della sua vita e si trovi ad affrontare un bilancio di ciò che ha fatto e di ciò che desidererebbe fare ancora. La vita di una Associazione ha una unica grande differenza con quella di un uomo: mentre la seconda, inevitabilmente, ha un termine, la prima continuerà anche dopo, quando non ci saremo più e dunque la nostra responsabilità nei confronti di un’Associazione come la nostra, è la stessa che abbiamo nei confronti dei nostri figli.

Perché ciò che abbiamo fatto lo abbiamo fatto per loro e vorremmo che tutti i nostri sforzi andassero almeno a migliorare la vita di chi ci succederà. L’ANMIC compie quest’anno 60 anni e per me non è solo l’onore che mi deriva dalla carica che ricopro ma anche un onore “personale” quello di poter guardare indietro ed affermare con certezza che questi decenni sono stati ricchi di grandi imprese, grandi battaglie, grandi soddisfazioni.

È inutile dire che, come ogni buon padre di famiglia, anche per chi guida una organizzazione così importante ci sono dei momenti di difficoltà, non dico rimpianti, ma certamente desideri ancora latenti, voglia di guardarsi indietro per ammirare ciò che si è fatto, ma anche necessità di guardare avanti come un esploratore che ha visto tutti i continenti ma capisce che il mondo ha ancora tanto da offrirgli; ecco, vorrei che per tutti noi lo spirito fosse ancora questo: quello di un esploratore che tanto ha viaggiato ma che vuole far crescere chi lo seguirà con l’assoluta certezza di non lasciare mai nulla indietro, con la caparbietà di un miglioramento costante, come un calciatore che ha vinto tutto ma vuole ancora stupire e fare gol.

Quando tutto questo nacque, molti di noi non erano ancora nati; il Paese veniva da uno dei peggiori periodi che la storia dell’uomo abbia mai conosciuto e non solo l’Italia ma tutto il continente, forse tutto il mondo, usciva da un conflitto che aveva devastato gli uomini nell’anima, ancor prima che nel corpo. Erano gli anni in cui tutto era da ricostruire e, forse, l’uomo aveva dentro di sé un duplice sentimento che lo portava da un lato a piangere per tutto ciò che aveva visto nei terribili anni precedenti, ma che lo spronava, dall’altro, a voler uscire dal tunnel della fame, della guerra, dell’angoscia.

Ed ecco allora che, come ogni buon padre, ci si rimbocca le maniche e si guarda avanti non tanto per noi quanto per dare un futuro migliore a chi si ama e che verrà dopo. Il Paese usciva distrutto, a pezzi, da un conflitto devastante; la gente aveva fame nel senso vero della parola. Molti mendicavano all’angolo delle strade e delle chiese. Erano gli anni in cui tutto andava ricostruito e sembrava impossibile che un gruppo di uomini, forse più sensibili di altri, decidessero di fare qualcosa per dare un futuro a tutti coloro che erano usciti martoriati dal decennio precedente.

È il 1956, l’anno in cui Roma è coperta da una fitta nevicata. Ci si vede a Taranto, chissà forse casualmente, per quel destino che unisce gli uomini, come in un film già scritto: 11 persone fondano l’ANMIC e danno vita a quella che per molti sarà non solo l’organizzazione dei disabili, ma lo scopo della loro vita. Il momento è di quelli solenni e forse neanche loro sono pienamente consapevoli che, da quel giorno, quei pochi fogli stilati davanti a un notaio daranno vita all’organizzazione più importante e, storicamente, più attiva sul territorio nazionale per la difesa di chi, in quel momento, non aveva nulla: non aveva assistenza, non aveva futuro, non aveva speranze, non aveva organizzazione.

Ed ecco allora i primi passi, proprio in questa direzione: bisogna darsi un’organizzazione! È quello che viene fatto nello spazio di un tempo che oggi sembra a noi lontanissimo, una intuizione che per loro si tradusse immediatamente in una serie di incontri, di avvenimenti, di congressi, in una parola “il riconoscimento di esserci”: l’ANMIC non è più una realtà stilata asetticamente sulla carta di un notaio, ma l’organizzazione dei disabili che fino a quel momento nessuno aveva visto, o forse non avevo voluto vedere.

È vero: tutti eravamo poveri, ma qualcuno lo era più di altri, qualcuno che non aveva più neanche il corpo né lo spirito integri per poter lottare, qualcuno che, se non fosse stato organizzato, sarebbe rimasto solo ed in balia di un Paese ancor troppo occupato a guardarsi indietro. Furono uomini eccezionali perché ebbero la forza di non “piangersi addosso” come avrebbero fatto tanti altri.

E furono ancor più eccezionali perché da tutto ciò non trassero nessun giovamento personale, nessun tornaconto. Lo spirito era quello di servire chi, dalla vita, aveva avuto meno degli altri e questo è lo stesso spirito che, a distanza di 60 anni, ci anima ancor oggi e ci distingue dalle mille organizzazioni che poi sono seguite. La neonata Associazione si diede una organizzazione capillare e territorialmente presente un pò ovunque ed oggi, a distanza di tempo, sono certo di poter affermare che quella della capillarità organizzativa è una delle caratteristiche fondamentali che rendono l’ANMIC ancora vicina ai bisogni ed alle necessità dei suoi associati.

L’organizzazione crebbe a dismisura così come il Paese a quel tempo; l’Italia viveva gli anni del boom economico ed il benessere che fino ad allora era di pochi iniziò a farsi sentire sulla quella classe medio borghese che costituisce ancor oggi l’ossatura del Paese. L’ANMIC passò così dal “chi siamo” al “cosa vogliamo” ed ecco allora che iniziano, per noi come per il resto del Paese, gli anni delle rivendicazioni e delle battaglie. La prima, la seconda e poi la terza marcia del dolore, come se di dolore non ne avessimo avuto abbastanza.

Il movimento degli invalidi crebbe ed iniziò ad avere la consapevolezza della propria forza e la certezza di essere nel giusto: non erano battaglie di retroguardia ma rivendicazioni corrette, richieste giuste e giustificate dalla troppa inerzia vissuta fino ad allora da una politica ancor troppo distratta e disattenta ai bisogni di cittadini che fino ad allora erano considerati di serie B. E dopo aver tanto “marciato”, i primi grandi traguardi, le prime storiche conquiste. Il Paese si accorge che esiste chi non vuole solo il televisore o il frigorifero: vuole essere riconosciuto cittadino come gli altri, un uomo tra gli uomini, con tutti i diritti ed i doveri derivanti dal semplice fatto di essere uomo, donna, bambino.

Dalla pietà al pieno diritto di cittadinanza, dalla commiserazione al riconoscimento di essere un uomo come tutti e dunque con tutti i suoi bisogni e le sue legittime aspirazioni: il lavoro, l’autonomia, la dignità. Ed ancora grandi battaglie, grandi sacrifici, grandi vittorie. Tutto quello che i disabili hanno oggi lo debbono a coloro che si sono inginocchiati sulle piazze e che hanno dato il loro sangue per il miglioramento di tutti, che hanno sfilato su viali gremiti e sotto piogge incessanti per dire al mondo “questo è quello che vogliamo, questo ci spetta di diritto: non ci muoveremo da qui fino a quando non lo otterremo”.

Ed abbiamo sempre ottenuto, forti delle nostre corrette richieste, quello che volevamo e che ci derivava dalla forza delle idee e dalla caparbietà di chi le portava avanti: Lambrilli, Pagano, Pietrella, Quaranta, Bravaccini, Negrini, Mons. Cecchetti, gente che ha fatto la storia di questo Paese, gente alla quale tutto il mondo della disabilità deve tutto ciò che, nel tempo, ha faticosamente ottenuto. Poi gli anni del consolidamento, spesso battaglie per “mantenere più che per ottenere”. Sembrerebbero battaglie di retroguardia ma non sono così perché non sempre è facile mantenere ciò che si è conquistato.

E se oggi possiamo spegnere 60 candeline è perché sulla torta dell’ANMIC non ci sono solo glorie, ma lotte, sacrifici, vessazioni, battaglie di ogni genere. Per me è dunque un momento particolarmente importante e credo lo sia per tutti coloro che hanno voluto bene a questa Associazione alla quale molti hanno dedicato la loro stessa vita. Ma il pugile che ha combattuto un buon round, sa bene che l’incontro non è finito e che, se non vuole rischiare, deve rimettersi in piedi con la stessa grinta del round precedente e dare battaglia fino alla fine.

Quello che ci aspetta non è un momento facile e tutti ne siamo perfettamente consapevoli. La crisi del welfare, il ripensamento dello Stato sociale, le risorse da gestire con oculatezza e spesso parsimonia, le difficoltà emergenti dal mondo del lavoro, un semplicistico egoismo latente ed una politica spesso distratta da battibecchi da cortile: nulla ci fa pensare che il domani sia facile. Ma l’ANMIC che vorrei è quella che guarda a domani con la stessa indomita fierezza dei nostri padri, di coloro che non si sono piegati davanti a una guerra ma hanno saputo uscirne a testa alta consapevoli della durezza ma anche del grande destino che li avrebbe attesi.

Ora è il momento delle strategie del futuro, dei grandi temi ai quali dovremo abituarci e che dovremo affrontare: il “dopo di noi”, l’inclusione scolastica, senza tralasciare quei temi che non sono propri solo del mondo dei disabili ma comuni a tutti noi: una particolare attenzione al mondo del lavoro; consapevoli che dove non c’è lavoro non c’è autosufficienza e dove non c’è autosufficienza non c’è dignità; un costante monitoraggio rivolto ad un mondo accessibile a tutti, dove l’abbattimento delle barriere sia mentale ancor prima che architettonico, dove il poter lavorare, andare al cinema prendendo un autobus o uscire da un supermercato sia possibile a tutti e non si debba avere la mortificazione del “chiedere”, l’umiliazione di chi ci vuol per forza far sentire disabili. Siamo fieri delle nostre disabilità: sono gli altri che debbono vergognarsi di farcele sentire. Voglio guardare al futuro con la certezza di avervi al mio fianco perché non voglio deludervi: deluderei me stesso e questa è l’ultima cosa che non potrei perdonarmi.

Nazaro Pagano

Presidente Nazionale ANMIC

Con la presente si riassume la circolare inps n° 127 del 8 luglio 2016 inerente la proroga relativa alla validità dei verbali di visite di revisione.

 Con la circolare n. 127/2016 l’INPS è intervenuto a chiarire quanto già disciplinato dall’art. 25 comma 6 bis D.L. 24.06.2014 n. 90 conv. in L. n. 114 dell’11.08.2014, in merito alla proroga degli effetti del verbale, rivedibile, oltre il termine di  scadenza apposto; nonché ha precisato quanto previsto dal comma 4 lett. a) del medesimo art. 25, che ha dimezzato i termini del rilascio della certificazione provvisoria, da 90 a 45 giorni.

Le norme in oggetto riguardano la gestione dei benefici spettanti ai lavoratori dipendenti, sia in caso di disabilità grave degli stessi, sia in qualità di soggetti che prestano assistenza ai disabili gravi.

L’art. 25 comma 6 bis d.l. 90/2014 dispone che “Nelle more della effettuazione delle eventuali visite di revisione e del relativo iter di verifica, i minorati civili e le persone con handicap in possesso di verbali in cui sia presente la rivedibilità, conservano tutti i diritti acquisiti in materia di benefici, prestazioni e agevolazioni di qualsiasi natura. La convocazione a visita … è di competenza dell’INPS”.

L’INPS ha chiarito che, per continuare a fruire dei permessi ex art. 33 commi 3 e 6 della L. 104/92, nel periodo compreso tra la data di scadenza del verbale rivedibile ed il completamento dell’iter sanitario di revisione, non è necessario presentare una nuova domanda.

La nuova domanda va invece comunque presentata per

  • Prolungamento del congedo parentale ex art. 33 co. 1 d. lgs. 26.03.2001 n. 151;
  • Riposi orari, alternativi al congedo parentale;
  • Congedo straordinario ex art. 42, co.5 d. lgs 151/2001
  • Se il lavoratore presti attività lavorativa alle dipendenze di un datore di lavoro diverso da quello indicato nella domanda a suo tempo presentata.

Nel caso l’esito del verbale sia di conferma, ciò verrà dall’INPS comunicato agli interessai (datore di lavoro, lavoratore, disabile), senza ulteriori incombenti, fatto salvo quanto già precisato per coloro che comunque una nuova domanda dovranno presentarla.

Nel caso l’esito sia di mancata conferma, la decorrenza sarà dal giorno successivo alla data di definizione del nuovo verbale.

Nel caso di assenza a visita, espletati i controlli sul buon esito della comunicazione postale, l’INPS informerà con raccomandata A.R. il disabile che:

  • se non giustificherà entro 60 giorni l’assenza a visita o, nel caso in cui la giustificazione non sarà ritenuta adeguata, si procederà alla eliminazione della posizione amministrativa del disabile;
  • se le motivazioni verranno valutate come adeguate, si procederà ad una seconda convocazione. Il disabile che non si presenti a tale seconda convocazione subirà la cessazione degli effetti dell’autorizzazione a far data dall’assenza alla prima visita di revisione.

Coloro i quali sono tenuti a presentare una nuova domanda di autorizzazione (vedi sopra), nel caso di mancata conferma dei benefici saranno tenuti alla restituzione delle prestazioni dalla data di definizione del nuovo verbale.

I lavoratori per i quali l’INPS provvede al pagamento diretto dei benefici (es. lavoratori agricoli, lavoratori dello spettacolo con contratto a termine), possono usufruire dei benefici nelle more dell’iter sanitario, solo a seguito di presentazione della domanda.

Il cittadino che ha richiesto l’accertamento dello stato di disabilità in situazione di gravità da almeno 45 giorni (invece dei vecchi 90 giorni), può richiedere un accertamento in via provvisoria al medico specialista della patologia denunciata, competente presso la ASL del disabile, che sarà efficace fino all’accertamento definitivo della Commissione. Salvo l’impegno alla restituzione delle prestazioni nel caso a conclusione del procedimento queste risultassero indebite.

Senza dubbio le specifiche misure previste dal legislatore per garantire ai soggetti diversamente abili la partecipazione ai concorsi rappresentano la declinazione in chiave sostanziale del principio di eguaglianza (art. 3 Cost., da leggere oggi anche alla luce dell’art. 21 dellaCarta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) nell’accesso ai pubblici uffici, espressamente previsto dall’art. 51, co. 1, Cost., da leggere in ideale collegamento con il principio del pubblico concorso di cui agli artt. 97, co. 3, Cost. e all’art. 106, co. 1, Cost.

Purtroppo però, nel nostro Paese tra una legge e la sua applicazione corre tanta strada ed anche questo caso non fa eccezione.

Già all’inizio degli anni 2000 l’Anmic patrocinò il caso di una giovane architetta, affetta da tetra paresi spastica, che non potè partecipare al concorso pubblico per l’abilitazione all’insegnamento perché il Ministero non le aveva messo a disposizione in tempo utile ausili informatici e tempi aggiuntivi.

Il Tribunale di Pisa condannò il Ministero al risarcimento dei danni, ma l’architetta restò esclusa dall’accesso ai ruoli degli insegnanti.

Molti anni sono passati, ma anche in tempi più recenti la Pubblica Amministrazione ha mostrato di avere ben pochi riguardi per le persone con disabilità.

E’ di un paio di anni fa il caso di  un candidato al concorso per l’accesso alla carriera dei magistrati ordinari affetto da grave disabilità - che lo costringeva a sottoporsi a trattamento emodialitico trisettimanale a giorni alterni con sessioni della durata di cinque ore – che aveva presentato istanza al Ministero di giustizia al fine di ottenere lo svolgimento delle prove scritte in giorni non consecutivi.

Rigettata l’istanza, il Ministero con d.m. 7 marzo 2014 fissava il calendario d’esame in tre giorni consecutivi.

Il candidato provvedeva, pertanto, ad impugnare dinnanzi al Tar Lazio il decreto ministeriale de quo e ne richiedeva la sospensione in sede cautelare.

Con ordinanza collegiale n. 2563 del 2014, il giudice capitolino, in accoglimento dell’istanza del ricorrente, disponeva la sospensione.

Secondo il giudice capitolino, infatti, la domanda del ricorrente di articolazione dello svolgimento delle prove scritte in tre giorni non consecutivi non poteva ritenersi in contrasto con nessuna disposizione precettiva di legge. Il r.d. 1860/1925 (e successive modificazioni e integrazioni) non impone, infatti, che le prove scritte si svolgano in tre giorni consecutivi.

Ma soprattutto le ragioni giustificatrici addotte dall’Amministrazione a fondamento della scelta predetta, connesse a profili di spesa o di organizzazione del lavoro degli addetti alla procedura concorsuale (spese di affitto dei locali, attività di custodia del materiale delle prove ecc.), andavano considerate recessive rispetto alla primaria esigenza di garanzia della possibilità di accesso del ricorrente alle prove in parità di condizioni con gli altri concorrenti.

A tre giorni di distanza, su ricorso del Ministero e sempre in sede cautelare, con decreto presidenziale emesso ai sensi dell’art. 56 c.p.a., la quarta sezione del Consiglio di Stato provvedeva a riformare l’ordinanza del Tar Lazio, ritenendo che l’amministrazione aveva pienamente rispettato il dettato dell’art. 16, concedendo al candidato tempi aggiuntivi e che la richiesta del candidato era stata eccessivarispetto alla situazione sanitaria esistente, in quanto il trattamento necessario era agevolmente affrontabile, mediante il ricorso alle strutture sanitarie esistenti in Roma che, tra l’altro, operavano anche in orari serali del tutto compatibili con lo svolgimento delle prove in esame.

Onestamente una  decisione di tal fatta lascia interdetti.

Ed infatti la Corte Europea, di fronte alle numerose sentenze di questo tipo e ai molteplici casi di discriminazione sollevati dai candidati disabili ai pubblici concorsi, dopo una lunga disamina della legislazione italiana, ha statuito che :

         "Emerge da quanto precede che la legislazione italiana, anche se valutata nel suo complesso, non impone all’insieme dei datori di lavoro l’obbligo di adottare, ove ve ne sia necessità, provvedimenti efficaci e pratici, in funzione delle esigenze delle situazioni concrete, a favore di tutti i disabili, che riguardino i diversi aspetti dell’occupazione e delle condizioni di lavoro, al fine di consentire a tali persone di accedere ad un lavoro, di svolgerlo, di avere una promozione o di ricevere una formazione. Pertanto, essa non assicura una trasposizione corretta e completa dell’articolo 5 della direttiva 2000/78.

 Di conseguenza, occorre dichiarare che la Repubblica italiana, non avendo imposto a tutti i datori di lavoro di prevedere, in funzione delle esigenze delle situazioni concrete, soluzioni ragionevoli applicabili a tutti i disabili, è venuta meno al suo obbligo di recepire correttamente e completamente l’articolo 5 della direttiva 2000/78.  E per questo è stata condannata alle spese".

Sarà stato un monito efficace? Non resta che aspettare e vedere

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