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Blog

Con la presente si riassume la circolare inps n° 127 del 8 luglio 2016 inerente la proroga relativa alla validità dei verbali di visite di revisione.

 Con la circolare n. 127/2016 l’INPS è intervenuto a chiarire quanto già disciplinato dall’art. 25 comma 6 bis D.L. 24.06.2014 n. 90 conv. in L. n. 114 dell’11.08.2014, in merito alla proroga degli effetti del verbale, rivedibile, oltre il termine di  scadenza apposto; nonché ha precisato quanto previsto dal comma 4 lett. a) del medesimo art. 25, che ha dimezzato i termini del rilascio della certificazione provvisoria, da 90 a 45 giorni.

Le norme in oggetto riguardano la gestione dei benefici spettanti ai lavoratori dipendenti, sia in caso di disabilità grave degli stessi, sia in qualità di soggetti che prestano assistenza ai disabili gravi.

L’art. 25 comma 6 bis d.l. 90/2014 dispone che “Nelle more della effettuazione delle eventuali visite di revisione e del relativo iter di verifica, i minorati civili e le persone con handicap in possesso di verbali in cui sia presente la rivedibilità, conservano tutti i diritti acquisiti in materia di benefici, prestazioni e agevolazioni di qualsiasi natura. La convocazione a visita … è di competenza dell’INPS”.

L’INPS ha chiarito che, per continuare a fruire dei permessi ex art. 33 commi 3 e 6 della L. 104/92, nel periodo compreso tra la data di scadenza del verbale rivedibile ed il completamento dell’iter sanitario di revisione, non è necessario presentare una nuova domanda.

La nuova domanda va invece comunque presentata per

  • Prolungamento del congedo parentale ex art. 33 co. 1 d. lgs. 26.03.2001 n. 151;
  • Riposi orari, alternativi al congedo parentale;
  • Congedo straordinario ex art. 42, co.5 d. lgs 151/2001
  • Se il lavoratore presti attività lavorativa alle dipendenze di un datore di lavoro diverso da quello indicato nella domanda a suo tempo presentata.

Nel caso l’esito del verbale sia di conferma, ciò verrà dall’INPS comunicato agli interessai (datore di lavoro, lavoratore, disabile), senza ulteriori incombenti, fatto salvo quanto già precisato per coloro che comunque una nuova domanda dovranno presentarla.

Nel caso l’esito sia di mancata conferma, la decorrenza sarà dal giorno successivo alla data di definizione del nuovo verbale.

Nel caso di assenza a visita, espletati i controlli sul buon esito della comunicazione postale, l’INPS informerà con raccomandata A.R. il disabile che:

  • se non giustificherà entro 60 giorni l’assenza a visita o, nel caso in cui la giustificazione non sarà ritenuta adeguata, si procederà alla eliminazione della posizione amministrativa del disabile;
  • se le motivazioni verranno valutate come adeguate, si procederà ad una seconda convocazione. Il disabile che non si presenti a tale seconda convocazione subirà la cessazione degli effetti dell’autorizzazione a far data dall’assenza alla prima visita di revisione.

Coloro i quali sono tenuti a presentare una nuova domanda di autorizzazione (vedi sopra), nel caso di mancata conferma dei benefici saranno tenuti alla restituzione delle prestazioni dalla data di definizione del nuovo verbale.

I lavoratori per i quali l’INPS provvede al pagamento diretto dei benefici (es. lavoratori agricoli, lavoratori dello spettacolo con contratto a termine), possono usufruire dei benefici nelle more dell’iter sanitario, solo a seguito di presentazione della domanda.

Il cittadino che ha richiesto l’accertamento dello stato di disabilità in situazione di gravità da almeno 45 giorni (invece dei vecchi 90 giorni), può richiedere un accertamento in via provvisoria al medico specialista della patologia denunciata, competente presso la ASL del disabile, che sarà efficace fino all’accertamento definitivo della Commissione. Salvo l’impegno alla restituzione delle prestazioni nel caso a conclusione del procedimento queste risultassero indebite.

lorenzin
Onorevole Lorenzin, Lei è oggi ritenuta un ministro-chiave, sempre al centro del dibattito pubblico perch
é le è stato affidato un compito assai difficile. Infatti, dopo anni di tagli lineari e continua caccia al risparmio in nome della revisione di spesa e del risanamento di bilancio, la sanità italiana rimane un cantiere sotto esame. La Corte dei conti ha di recente calcolato (su dati 2014) che l’indebitamento sanitario è ancora in crescita. Da una parte il governo dichiara di voler solo razionalizzare la spesa, per liberare risorse da reinvestire sempre in sanità. Dall’altra i cittadini temono invece che dietro il riassetto e l’“efficientamento” si prepari in realtà la messa in crisi del sistema universalistico dell’assistenza sanitaria pubblica, scaricando il peso del deficit sulle spalle dei soggetti più fragili, quali anziani e disabili, che sono ovviamente i maggiori fruitori delle prestazioni sanitarie. In un report dell’OCSE, che mette a confronto la spesa sanitaria dei vari paesi membri, la riduzione di quella italiana si sarebbe ottenuta anzitutto riducendo personale sanitario e numero di posti letto (3,4 per mille abitanti a fronte di una media Ocse del 4,8 per mille). Come invertire la rotta salvaguardando il sistema sanitario pubblico, in particolare per i disabili e i malati cronici?

Vorrei subito chiarire che il mio primario interesse ed obiettivo, e quello di tutto il Governo, è mantenere il nostro Servizio sanitario nazionale come un modello universale e universalistico, che è la nostra grande differenza rispetto a quello che accade nella maggior parte dei Paesi del mondo. Quello che abbiamo in Italia, cioè accesso a cure e a prestazioni di massimo livello e di massima eccellenza in modo gratuito per tutti, a prescindere dalla propria carta d’identità e dalla propria carta di credito o dal fatto di avere o meno un’assicurazione privata, è una ricchezza sociale del nostro Paese. Questo tra l’altro lo facciamo spendendo pochissimo rispetto ai nostri altri vicini di casa: noi spendiamo il 6,5 per cento del prodotto interno lordo. Tutti ci chiedono: ma come fate? È ovvio che, per farlo, sono stati fatti grossi sacrifici in anni di crisi economica. Ma, a differenza di altri, durante la crisi economica noi non abbiamo privatizzato il sistema del welfare e in particolare il Sistema sanitario nazionale; lo abbiamo fatto rimanere accessibile a tutti e dobbiamo continuare a farlo.

I prossimi saranno anni in cui torneremo ad investire sul personale sanitario, sull’accesso al farmaco e sulle infrastrutture. Il fondo del prossimo anno è di 113 miliardi, quindi ci sono due miliardi in più rispetto a quello del 2015.

Riguardo la riduzione dei posti letto vorrei fosse chiaro che quello che abbiamo fatto è razionalizzare nel segno dell’efficacia, dell’efficienza, della qualità e dell’appropriatezza delle prestazioni erogate.

Abbiamo definito il regolamento sugli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera, con cui si avvia il processo di riassetto strutturale e di qualificazione della rete assistenziale ospedaliera, per consentire ai cittadini di poter usufruire, nell’erogazione delle prestazioni sanitarie, di livelli qualitativi appropriati e sicuri e al contempo ottenere una riduzione dei costi garantendo l’effettiva erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza.

Per quanto riguarda l’assistenza a disabili e malati cronici abbiamo inserito nel Patto della salute approvato dalle Regioni il potenziamento dell’assistenza territoriale e la domiciliarizzazione delle cure come fattori fondamentali per fornire risposte ai bisogni di assistenza di questi pazienti. Inoltre nella legge di Stabilità ci sono misure dedicate alla disabilità e non autosufficienza. Mi riferisco al progetto “Dopo di noi” per il sostegno delle persone con disabilità grave prive di legami familiari, alle risorse destinate all’assistenza per l’autonomia degli alunni con disabilità fisiche o sensoriali, alle misure finalizzate a rendere effettivamente indipendente la vita delle persone con disabilità grave. Inoltre nella legge di stabilità viene confermato a 400 mln di euro il fondo per le non autosufficienze.

Regionalizzazione e disparità. Siamo alla vigilia dell’emanazione dei nuovi LEA, tema complesso e sensibile per tutti gli italiani. I livelli essenziali di assistenza dovranno erogare a tutti i cittadini, tramite il Servizio sanitario nazionale, determinate prestazioni e servizi. Tuttavia ci sono disparità nell’assistenza territoriale, nelle diverse Regioni, in particolare proprio per anziani e disabili. Fra le cause: l’effetto Sud (purtroppo rimasto ancora indietro) e l’effetto dei piani di rientro, che spesso hanno finito con il penalizzare maggiormente proprio quei malati che risiedevano in città magari più indebitate, ma meno efficienti in termini di accesso alle cure. Come garantire allora prestazioni uniformi nei prossimi LEA, evitando le conseguenze di un federalismo sanitario che di fatto ha creato già 20 diversi sistemi sanitari nel paese?

È un dovere da parte di tutti noi fare in modo di eliminare gli sprechi, rendere efficace ed efficiente il sistema anche facendo azioni innovative, cioè entrando nel merito della produttività del sistema, tant’è vero che nel piano di rientro che abbiamo inserito nella legge di stabilità non agiamo più solamente sulle Regioni, ma entriamo negli ospedali. Verifichiamo cioè i livelli essenziali di assistenza dei singoli ospedali che in questi anni hanno sforato il budget. Facendo un piano di rientro triennale, una road map per uscire dalla crisi, noi andiamo in profondità dei processi, con l’obiettivo di rendere sempre più efficace ed efficiente il sistema sanitario e di liberare le risorse, che così potranno essere reinvestite nel sistema. Questa è una grande novità del Patto per la salute: le risorse recuperate dalla lotta agli sprechi non vanno più via, rimangono all’interno del comparto e possono essere reinvestite con delle priorità: quest’anno ad esempio sono stati i LEA e il farmaco per l’epatite C; nei prossimi anni lo saranno il personale sanitario, l’innovazione e la ricerca e l’accesso ai farmaci. Riguardo la disomogeneità di assistenza tra le Regioni, voglio ricordare che spesso quelle che hanno sforato il budget sono anche quelle che hanno fornito prestazioni di minore livello qualiquantitativo. È quindi un problema organizzativo, manageriale, che va risolto. Anche per questo abbiamo voluto la norma che prevede che il direttori generali e amministrativi di ASL e ospedali siano scelti da un Albo unico nazionale in base al curriculum e alle competenze e non in base a logiche politiche. E chi non raggiungerà gli obiettivi assegnati andrà a casa. Abbiamo varato una vera e propria rivoluzione per la sanità italiana.

Sono sempre stata convinta che la sanità funziona dove ci sono bravi manager. Sono loro a rendere efficienti o meno le aziende sanitarie. Non è un caso che registriamo costantemente l’apparente paradosso di una sanità che funziona peggio lì dove costa di più. È per questo che ho voluto un albo nazionale, con regole d’ingresso precise e trasparenti, dal quale potere valutare i migliori, dare alle Regioni la possibilità di scegliere tra chi ha un elevato profilo. È un’altra promessa mantenuta per una sanità migliore.

Esigibilità dei LEA. Sempre in merito ai LEA in via di definizione e al Patto per la salute 2014-2016 ricorre spesso un’altra obiezione: nelle aree della non autosufficienza e della disabilità le Regioni sono tenute a predisporre attività sanitarie e servizi socio- sanitari che vengono però effettuati “nei limiti delle risorse previste”. Questa condizione, se verrà mantenuta, non mina alla base il ruolo vincolante dei Lea? Inoltre, a quando il varo dell’atteso nuovo nomenclatore di protesi e ausili? Quali le novità?

I Lea sono finiti, abbiamo mandato il testo alle Regioni e abbiamo fatto un incrocio dei dati. Ora il documento è al ministero dell’Economia. Stiamo facendo delle consultazioni con le associazioni dei pazienti che riguardano il nomenclatore, che è all’interno dei Lea per valutare possibili cambiamenti tecnici laddove possano esserci delle criticità. Il nostro obiettivo è quello di aumentare i servizi per la popolazione: sull’aggiornamento dei Lea abbiamo stanziato 800 milioni di euro. Inoltre abbiamo anche inaugurato un nuovo modello operativo: i Lea verranno aggiornati costantemente, annualmente, con il lavoro di una Commissione, ascoltando anche le esigenze delle Regioni e dei pazienti. Ricordo che erano più di dieci anni che i Lea e il nomenclatore non venivano aggiornati e quindi considero il risultato raggiunto molto importante per tutti.

In particolare per l’assistenza protesica, tra l’altro, sono introdotte nuove protesi e ausili anche di elevata tecnologia (es. piedi a restituzione di energia, componentistica in materiali innovativi, sollevatori mobili e fissi, protesi acustiche digitali, comunicatori a sintesi vocale o a display, sensori di comando, i sistemi di riconoscimento vocale, domotica, stoviglie adattate, maniglie e braccioli di supporto), vengono ampliati i beneficiari (es. malati rari), snellite le procedure di collaudo degli ausili.

L’Italia invecchia e cerca quindi nuove risposte in termini di sanità e assistenza. La popolazione over 65 anni in Italia è pari a circa 12.300.000 persone e si stima che siano già in condizione di non autosufficienza circa 2.275.000 anziani. Il progressivo aumento di terza e quarta età nei prossimi anni richiederebbe pertanto l’adozione di strategie socio-assistenziali innovative. Ad esempio l’uso della telemedicina, utilizzato in molti Paesi avanzati per la gestione dei pazienti cronici a distanza, la possibilità per i medici di avere disponibili in rete le informazioni sulla storia clinica del paziente, e così via.

La sanità elettronica è fondamentale perché offre una maggiore vicinanza al cittadino, attraverso strumenti quali sistemi informativi, fascicolo elettronico e telemedicina.

Ritengo che la messa a regime dell’e-health sia un passo fondamentale. Primo perché attraverso l’e-health, si ha maggiore trasparenza ed efficientamento complessivo del Servizio sanitario nazionale, secondo perché con il fascicolo sanitario elettronico e la ricetta elettronica sarà possibile avere disponibile in tempi reali la cartella clinica dei pazienti e poter fruire dei farmaci prescritti in qualsiasi farmacia del Paese. In questo contesto la telemedicina rappresenta sicuramente un’importante opportunità, tanto più nel caso di malati non autosufficienti.

Detto questo, vorrei sottolineare che l’aumento della longevità pone sfide di assistenza che tutti i servizi sanitari del mondo si trovano a dover affrontare per garantire la sostenibilità del sistema alle future generazioni e la prima e la più grande è quella di non fare ammalare i sani, di cercare di far arrivare le persone alla terza, alla quarta età, più in salute possibile. Oggi sappiamo che un invecchiamento in buona salute è influenzato da diversi fattori e che la prevenzione primaria con l’adozione di corretti stili di vita, cioè promozione dell’attività fisica, dieta equilibrata, abolizione del fumo, ridotto consumo di alcol e vaccinazioni, è fondamentale per favorire la conservazione di capacità funzionali che consentono alle persone anziane una vita autonoma. Per questo motivo la diffusione di stili di vita sani rappresenta uno dei pilastri della politica sanitaria dei prossimi anni. Accanto alla prevenzione primaria è naturalmente altrettanto importante poi l’individuazione e il trattamento precoce di malattie frequentemente diffuse nell’anziano come le malattie neurodegenerative, il diabete, l’ipertensione, le malattie cardiovascolari, i tumori.

Ministro Lorenzin, la cronaca recente ha purtroppo ancora registrato terribili casi di maltrattamenti ed abusi a danno di persone disabili o anziane in strutture che invece dovrebbero curare e assistere. Per fermare queste violenze si è allora parlato dell’uso delle telecamere e di una maggiore formazione professionale degli operatori. Lei ha intanto proposto come deterrente l’aggravante per chi commette reati all’interno di strutture socio-sanitarie. Cosa pensa, fra le possibili contromisure, dell’apertura di questi istituti al controllo dei familiari o delle associazioni dei disabili?

Quando nel luglio del 2013, dopo il caso di Meta di Sorrento, abbiamo istituito la task force a tutela di anziani e disabili non immaginavo che avremmo continuato a trovare situazioni di abusi gravissimi. Oggi sono ancora più convinta di avere agito nell’interesse dei più fragili quando ho proposto l’introduzione di una specifica aggravante della pena per chi si macchia di reati ai danni di pazienti ricoverati all’interno di strutture sociosanitarie, trasformando quella che dovrebbe essere la più amorevole delle cure in crudeltà. Chiunque si macchia di abusi va punito. In questi anni abbiamo effettuato, e ringrazio i Nas di questo, migliaia di controlli su tutto il territorio nazionale che hanno evidenziato tante strutture che operano giornalmente con rigore e serietà e smascherato invece quelle che erano veri e propri teatri dell’orrore. La strada intrapresa sta dando i suoi frutti e proseguiremo con controlli continui e serrati in tutta Italia.

Riguardo all’apertura degli istituti sociosanitari ai familiari di persone ricoverate ritengo che gli standard igienico-sanitari, la qualità dell’assistenza, l’umanizzazione delle cure erogate debbano essere garantite indipendentemente dal fatto che chi vi è ricoverato abbia o meno la possibilità di avere un familiare vicino, perché ci sono persone sole che hanno gli stessi diritti di essere assistiti in modo adeguato. Detto questo, sono convinta che la trasparenza sia sempre un valido strumento contro il malaffare, in ogni sua declinazione.

 INDIETRO BLU

presidente1Quando un uomo si trova a compiere 60 anni, è normale che arrivi ad un momento importante della sua vita e si trovi ad affrontare un bilancio di ciò che ha fatto e di ciò che desidererebbe fare ancora. La vita di una Associazione ha una unica grande differenza con quella di un uomo: mentre la seconda, inevitabilmente, ha un termine, la prima continuerà anche dopo, quando non ci saremo più e dunque la nostra responsabilità nei confronti di un’Associazione come la nostra, è la stessa che abbiamo nei confronti dei nostri figli.

Perché ciò che abbiamo fatto lo abbiamo fatto per loro e vorremmo che tutti i nostri sforzi andassero almeno a migliorare la vita di chi ci succederà. L’ANMIC compie quest’anno 60 anni e per me non è solo l’onore che mi deriva dalla carica che ricopro ma anche un onore “personale” quello di poter guardare indietro ed affermare con certezza che questi decenni sono stati ricchi di grandi imprese, grandi battaglie, grandi soddisfazioni.

È inutile dire che, come ogni buon padre di famiglia, anche per chi guida una organizzazione così importante ci sono dei momenti di difficoltà, non dico rimpianti, ma certamente desideri ancora latenti, voglia di guardarsi indietro per ammirare ciò che si è fatto, ma anche necessità di guardare avanti come un esploratore che ha visto tutti i continenti ma capisce che il mondo ha ancora tanto da offrirgli; ecco, vorrei che per tutti noi lo spirito fosse ancora questo: quello di un esploratore che tanto ha viaggiato ma che vuole far crescere chi lo seguirà con l’assoluta certezza di non lasciare mai nulla indietro, con la caparbietà di un miglioramento costante, come un calciatore che ha vinto tutto ma vuole ancora stupire e fare gol.

Quando tutto questo nacque, molti di noi non erano ancora nati; il Paese veniva da uno dei peggiori periodi che la storia dell’uomo abbia mai conosciuto e non solo l’Italia ma tutto il continente, forse tutto il mondo, usciva da un conflitto che aveva devastato gli uomini nell’anima, ancor prima che nel corpo. Erano gli anni in cui tutto era da ricostruire e, forse, l’uomo aveva dentro di sé un duplice sentimento che lo portava da un lato a piangere per tutto ciò che aveva visto nei terribili anni precedenti, ma che lo spronava, dall’altro, a voler uscire dal tunnel della fame, della guerra, dell’angoscia.

Ed ecco allora che, come ogni buon padre, ci si rimbocca le maniche e si guarda avanti non tanto per noi quanto per dare un futuro migliore a chi si ama e che verrà dopo. Il Paese usciva distrutto, a pezzi, da un conflitto devastante; la gente aveva fame nel senso vero della parola. Molti mendicavano all’angolo delle strade e delle chiese. Erano gli anni in cui tutto andava ricostruito e sembrava impossibile che un gruppo di uomini, forse più sensibili di altri, decidessero di fare qualcosa per dare un futuro a tutti coloro che erano usciti martoriati dal decennio precedente.

È il 1956, l’anno in cui Roma è coperta da una fitta nevicata. Ci si vede a Taranto, chissà forse casualmente, per quel destino che unisce gli uomini, come in un film già scritto: 11 persone fondano l’ANMIC e danno vita a quella che per molti sarà non solo l’organizzazione dei disabili, ma lo scopo della loro vita. Il momento è di quelli solenni e forse neanche loro sono pienamente consapevoli che, da quel giorno, quei pochi fogli stilati davanti a un notaio daranno vita all’organizzazione più importante e, storicamente, più attiva sul territorio nazionale per la difesa di chi, in quel momento, non aveva nulla: non aveva assistenza, non aveva futuro, non aveva speranze, non aveva organizzazione.

Ed ecco allora i primi passi, proprio in questa direzione: bisogna darsi un’organizzazione! È quello che viene fatto nello spazio di un tempo che oggi sembra a noi lontanissimo, una intuizione che per loro si tradusse immediatamente in una serie di incontri, di avvenimenti, di congressi, in una parola “il riconoscimento di esserci”: l’ANMIC non è più una realtà stilata asetticamente sulla carta di un notaio, ma l’organizzazione dei disabili che fino a quel momento nessuno aveva visto, o forse non avevo voluto vedere.

È vero: tutti eravamo poveri, ma qualcuno lo era più di altri, qualcuno che non aveva più neanche il corpo né lo spirito integri per poter lottare, qualcuno che, se non fosse stato organizzato, sarebbe rimasto solo ed in balia di un Paese ancor troppo occupato a guardarsi indietro. Furono uomini eccezionali perché ebbero la forza di non “piangersi addosso” come avrebbero fatto tanti altri.

E furono ancor più eccezionali perché da tutto ciò non trassero nessun giovamento personale, nessun tornaconto. Lo spirito era quello di servire chi, dalla vita, aveva avuto meno degli altri e questo è lo stesso spirito che, a distanza di 60 anni, ci anima ancor oggi e ci distingue dalle mille organizzazioni che poi sono seguite. La neonata Associazione si diede una organizzazione capillare e territorialmente presente un pò ovunque ed oggi, a distanza di tempo, sono certo di poter affermare che quella della capillarità organizzativa è una delle caratteristiche fondamentali che rendono l’ANMIC ancora vicina ai bisogni ed alle necessità dei suoi associati.

L’organizzazione crebbe a dismisura così come il Paese a quel tempo; l’Italia viveva gli anni del boom economico ed il benessere che fino ad allora era di pochi iniziò a farsi sentire sulla quella classe medio borghese che costituisce ancor oggi l’ossatura del Paese. L’ANMIC passò così dal “chi siamo” al “cosa vogliamo” ed ecco allora che iniziano, per noi come per il resto del Paese, gli anni delle rivendicazioni e delle battaglie. La prima, la seconda e poi la terza marcia del dolore, come se di dolore non ne avessimo avuto abbastanza.

Il movimento degli invalidi crebbe ed iniziò ad avere la consapevolezza della propria forza e la certezza di essere nel giusto: non erano battaglie di retroguardia ma rivendicazioni corrette, richieste giuste e giustificate dalla troppa inerzia vissuta fino ad allora da una politica ancor troppo distratta e disattenta ai bisogni di cittadini che fino ad allora erano considerati di serie B. E dopo aver tanto “marciato”, i primi grandi traguardi, le prime storiche conquiste. Il Paese si accorge che esiste chi non vuole solo il televisore o il frigorifero: vuole essere riconosciuto cittadino come gli altri, un uomo tra gli uomini, con tutti i diritti ed i doveri derivanti dal semplice fatto di essere uomo, donna, bambino.

Dalla pietà al pieno diritto di cittadinanza, dalla commiserazione al riconoscimento di essere un uomo come tutti e dunque con tutti i suoi bisogni e le sue legittime aspirazioni: il lavoro, l’autonomia, la dignità. Ed ancora grandi battaglie, grandi sacrifici, grandi vittorie. Tutto quello che i disabili hanno oggi lo debbono a coloro che si sono inginocchiati sulle piazze e che hanno dato il loro sangue per il miglioramento di tutti, che hanno sfilato su viali gremiti e sotto piogge incessanti per dire al mondo “questo è quello che vogliamo, questo ci spetta di diritto: non ci muoveremo da qui fino a quando non lo otterremo”.

Ed abbiamo sempre ottenuto, forti delle nostre corrette richieste, quello che volevamo e che ci derivava dalla forza delle idee e dalla caparbietà di chi le portava avanti: Lambrilli, Pagano, Pietrella, Quaranta, Bravaccini, Negrini, Mons. Cecchetti, gente che ha fatto la storia di questo Paese, gente alla quale tutto il mondo della disabilità deve tutto ciò che, nel tempo, ha faticosamente ottenuto. Poi gli anni del consolidamento, spesso battaglie per “mantenere più che per ottenere”. Sembrerebbero battaglie di retroguardia ma non sono così perché non sempre è facile mantenere ciò che si è conquistato.

E se oggi possiamo spegnere 60 candeline è perché sulla torta dell’ANMIC non ci sono solo glorie, ma lotte, sacrifici, vessazioni, battaglie di ogni genere. Per me è dunque un momento particolarmente importante e credo lo sia per tutti coloro che hanno voluto bene a questa Associazione alla quale molti hanno dedicato la loro stessa vita. Ma il pugile che ha combattuto un buon round, sa bene che l’incontro non è finito e che, se non vuole rischiare, deve rimettersi in piedi con la stessa grinta del round precedente e dare battaglia fino alla fine.

Quello che ci aspetta non è un momento facile e tutti ne siamo perfettamente consapevoli. La crisi del welfare, il ripensamento dello Stato sociale, le risorse da gestire con oculatezza e spesso parsimonia, le difficoltà emergenti dal mondo del lavoro, un semplicistico egoismo latente ed una politica spesso distratta da battibecchi da cortile: nulla ci fa pensare che il domani sia facile. Ma l’ANMIC che vorrei è quella che guarda a domani con la stessa indomita fierezza dei nostri padri, di coloro che non si sono piegati davanti a una guerra ma hanno saputo uscirne a testa alta consapevoli della durezza ma anche del grande destino che li avrebbe attesi.

Ora è il momento delle strategie del futuro, dei grandi temi ai quali dovremo abituarci e che dovremo affrontare: il “dopo di noi”, l’inclusione scolastica, senza tralasciare quei temi che non sono propri solo del mondo dei disabili ma comuni a tutti noi: una particolare attenzione al mondo del lavoro; consapevoli che dove non c’è lavoro non c’è autosufficienza e dove non c’è autosufficienza non c’è dignità; un costante monitoraggio rivolto ad un mondo accessibile a tutti, dove l’abbattimento delle barriere sia mentale ancor prima che architettonico, dove il poter lavorare, andare al cinema prendendo un autobus o uscire da un supermercato sia possibile a tutti e non si debba avere la mortificazione del “chiedere”, l’umiliazione di chi ci vuol per forza far sentire disabili. Siamo fieri delle nostre disabilità: sono gli altri che debbono vergognarsi di farcele sentire. Voglio guardare al futuro con la certezza di avervi al mio fianco perché non voglio deludervi: deluderei me stesso e questa è l’ultima cosa che non potrei perdonarmi.

Nazaro Pagano

Presidente Nazionale ANMIC

Senza dubbio le specifiche misure previste dal legislatore per garantire ai soggetti diversamente abili la partecipazione ai concorsi rappresentano la declinazione in chiave sostanziale del principio di eguaglianza (art. 3 Cost., da leggere oggi anche alla luce dell’art. 21 dellaCarta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) nell’accesso ai pubblici uffici, espressamente previsto dall’art. 51, co. 1, Cost., da leggere in ideale collegamento con il principio del pubblico concorso di cui agli artt. 97, co. 3, Cost. e all’art. 106, co. 1, Cost.

Purtroppo però, nel nostro Paese tra una legge e la sua applicazione corre tanta strada ed anche questo caso non fa eccezione.

Già all’inizio degli anni 2000 l’Anmic patrocinò il caso di una giovane architetta, affetta da tetra paresi spastica, che non potè partecipare al concorso pubblico per l’abilitazione all’insegnamento perché il Ministero non le aveva messo a disposizione in tempo utile ausili informatici e tempi aggiuntivi.

Il Tribunale di Pisa condannò il Ministero al risarcimento dei danni, ma l’architetta restò esclusa dall’accesso ai ruoli degli insegnanti.

Molti anni sono passati, ma anche in tempi più recenti la Pubblica Amministrazione ha mostrato di avere ben pochi riguardi per le persone con disabilità.

E’ di un paio di anni fa il caso di  un candidato al concorso per l’accesso alla carriera dei magistrati ordinari affetto da grave disabilità - che lo costringeva a sottoporsi a trattamento emodialitico trisettimanale a giorni alterni con sessioni della durata di cinque ore – che aveva presentato istanza al Ministero di giustizia al fine di ottenere lo svolgimento delle prove scritte in giorni non consecutivi.

Rigettata l’istanza, il Ministero con d.m. 7 marzo 2014 fissava il calendario d’esame in tre giorni consecutivi.

Il candidato provvedeva, pertanto, ad impugnare dinnanzi al Tar Lazio il decreto ministeriale de quo e ne richiedeva la sospensione in sede cautelare.

Con ordinanza collegiale n. 2563 del 2014, il giudice capitolino, in accoglimento dell’istanza del ricorrente, disponeva la sospensione.

Secondo il giudice capitolino, infatti, la domanda del ricorrente di articolazione dello svolgimento delle prove scritte in tre giorni non consecutivi non poteva ritenersi in contrasto con nessuna disposizione precettiva di legge. Il r.d. 1860/1925 (e successive modificazioni e integrazioni) non impone, infatti, che le prove scritte si svolgano in tre giorni consecutivi.

Ma soprattutto le ragioni giustificatrici addotte dall’Amministrazione a fondamento della scelta predetta, connesse a profili di spesa o di organizzazione del lavoro degli addetti alla procedura concorsuale (spese di affitto dei locali, attività di custodia del materiale delle prove ecc.), andavano considerate recessive rispetto alla primaria esigenza di garanzia della possibilità di accesso del ricorrente alle prove in parità di condizioni con gli altri concorrenti.

A tre giorni di distanza, su ricorso del Ministero e sempre in sede cautelare, con decreto presidenziale emesso ai sensi dell’art. 56 c.p.a., la quarta sezione del Consiglio di Stato provvedeva a riformare l’ordinanza del Tar Lazio, ritenendo che l’amministrazione aveva pienamente rispettato il dettato dell’art. 16, concedendo al candidato tempi aggiuntivi e che la richiesta del candidato era stata eccessivarispetto alla situazione sanitaria esistente, in quanto il trattamento necessario era agevolmente affrontabile, mediante il ricorso alle strutture sanitarie esistenti in Roma che, tra l’altro, operavano anche in orari serali del tutto compatibili con lo svolgimento delle prove in esame.

Onestamente una  decisione di tal fatta lascia interdetti.

Ed infatti la Corte Europea, di fronte alle numerose sentenze di questo tipo e ai molteplici casi di discriminazione sollevati dai candidati disabili ai pubblici concorsi, dopo una lunga disamina della legislazione italiana, ha statuito che :

         "Emerge da quanto precede che la legislazione italiana, anche se valutata nel suo complesso, non impone all’insieme dei datori di lavoro l’obbligo di adottare, ove ve ne sia necessità, provvedimenti efficaci e pratici, in funzione delle esigenze delle situazioni concrete, a favore di tutti i disabili, che riguardino i diversi aspetti dell’occupazione e delle condizioni di lavoro, al fine di consentire a tali persone di accedere ad un lavoro, di svolgerlo, di avere una promozione o di ricevere una formazione. Pertanto, essa non assicura una trasposizione corretta e completa dell’articolo 5 della direttiva 2000/78.

 Di conseguenza, occorre dichiarare che la Repubblica italiana, non avendo imposto a tutti i datori di lavoro di prevedere, in funzione delle esigenze delle situazioni concrete, soluzioni ragionevoli applicabili a tutti i disabili, è venuta meno al suo obbligo di recepire correttamente e completamente l’articolo 5 della direttiva 2000/78.  E per questo è stata condannata alle spese".

Sarà stato un monito efficace? Non resta che aspettare e vedere

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